Riscoprirsi

H

o l’impressione che mi ritroverete sempre più spesso a divagare sui miei fogli. Il periodo dell’anno è assai congeniale al letargo fisico ma nel mio caso, non di certo a quello mentale. Con l’aumentare del freddo cresce proporzionalmente il desiderio di coprirsi. Per quanto mi riguarda il blog ha sempre rappresentato una sorta di coperta di Linus, il rifugio antiatomico, l’angolo più remoto della stanza. Qui ho la sensazione di parlare a bassa voce, sicuro di essere comunque ascoltato dalle orecchie più fini, empatiche, attente. Coprirsi vuol dire dunque riscoprirsi e fare chiarezza alla fine del caos di ogni giorno. Ho sempre amato l’idea di “chiudere il cerchio” per dare un senso (anche il più stupido) alla quotidianità. Secondo me, lasciarsi sfuggire l’opportunità di capire è un peccato. Ad esempio, sto vivendo una fase di grande confusione: mentale innanzitutto, conseguenza del fatto di vivere un limbo lavorativo e interiore da cui non riesco ad uscire. O meglio, potrei farcela semplicemente scacciando quella patologica propensione al controllo delle cose e degli eventi. Stasera vi introduco il primo argomento dei molti che intendo lasciare sui fogli. Parlo del “Long Covid” ovvero degli strascichi lasciati dalla malattia. Sono di vario tipo: neurologici, fisici, per non parlare della sfera emotiva. Mia madre mi preoccupa non poco: sebbene più che ottuagenaria è il monumento alla resilienza. Ha sempre incoraggiato me ad allontanare i fantasmi della depressione ma ora sembra essere caduta nella trappola. Colpa dei ricoveri, delle battaglie vinte ma ad un prezzo salato.  Tocca a me. Devo provarci, risollevarla e incoraggiarla. In questo limbo però non mi sento a mio agio e alla fine di questo scritto ragionerò sul da farsi. Grazie di avermi ascoltato, ho chiuso il cerchio e proverò come sempre, a rileggermi. 

Straordinario

E’

passato quasi un anno da quel 30 Ottobre vestito di nebbia. A cosa è servito? Cosa sono diventato? L’autunno non è decisamente il mio forte: ora (come allora) si annuncia una coda del 2021  sfiancante, logorante, fastidiosa. Odio stare nel limbo. Sempre. Odio le mezze stagioni, quelle situazioni né carne né pesce, l’incertezza del futuro in generale. L’essere costretto a vivere navigando a vista intacca il cervello, provocandomi emicrania e nausea. A cosa è servito? Cosa sono diventato? Perché non riesco a concentrarmi su ciò che ho vissuto un anno fa? Il Covid, mamma in ospedale, i pianti, la quarantena. Perché ciò che ti capita non ha mai la forza di farti pensare e ricordare, in modo da vivere meglio il futuro? Perché oggi, di rientro dall’ufficio, mi sento stanco e debilitato come avessi spostato una montagna? Che mi sta succedendo? E quando dovrò rientrare più frequentemente, reggerò l’urto? Mi devo forse concentrare su quel 30 Ottobre? Devo passare in rassegna emozioni e sensazioni, cercando di viverle come le ho vissute un anno fa? Caos: è la parola più azzeccata per definire tutto. Forse è solo stanchezza ed essere piombato qui a raccontarvi cosa provo, peggiora le cose anziché migliorarle. Non ce la faccio ad evitare di parlare con qualcuno ma preferisco farlo lasciando che i pensieri scorrano così, anziché a voce. Ho bisogno di farmi trasportare a quel 30 Ottobre cercando di capire cosa devo salvare di me e cosa definitivamente buttare via. Saranno due mesi molto tosti ma devo rassegnarmi alla quotidiana consapevolezza dell’incerto. In tutto e per tutto. Al mio cervello viene richiesto un altro sforzo straordinario.