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Non ci credo

H

o ben chiaro ciò di cui ho bisogno ed è un lungo, lunghissimo periodo di riposo. In modo particolare devo spegnere il cervello e smetterla di preoccuparmi di cose futili come il lavoro. Mi rendo conto di farlo molto più di chi dovrebbe e già per questo dovrei stare sereno e lasciare che siano gli altri a fasciarsi la testa. Non ho più l’età per affrontare le novità, sono un boomer ed i cambiamenti mi indispongono da subito. Figuriamoci quando capitano nel bel mezzo di una fase in cui sto scaricando tutto lo scaricabile. Quest’anno mi ha regalato l’illusione di poter spaccare il mondo dopo una sosta forzata e poi mi ha fatto pagare il conto lasciandomi con le pile scariche e totalmente depresso. Mi consola la consapevolezza di conoscere ciò che mi serve: silenzio, vita (ancor più) sedentaria, zero relazioni, meno ancora propositi o programmi. Montare in sella oppure alzare pesi, quello mi servirà sempre, senza alcun dubbio. Non credo a chi sostiene che ci sia un’età per ogni cosa. Io penso invece che si debba vivere la vita fino in fondo, senza sprecare nulla del tempo che ci viene concesso. Quando sembra difficile (se non impossibile) si deve tirare fuori una grande forza mentale e la speranza di arrivare, un giorno, ad essere nella condizione mentale da poter pretendere il meglio. Non conta di avere cinquantaquattro anni ma quello che ti sta capitando. Le difficoltà sembrano dirti che sei alla fine e che l’unica vita che ti viene concessa sarà all’insegna della rassegnazione. Non ci credo. Non ci credo. Non è il mio momento. Arriverà. 

Tombola!

U

na buona parte dell’infelicità risiede nel non accettare la propria condizione, fisica, morale, materiale, a seconda dei casi. E vorrei ben dire, visto che la rassegnazione è pur sempre l’anticamera della morte. Tuttavia, il paradosso è subito servito: le peggiori frustrazioni nascono proprio da quella voglia di vivere che fa da motore alla nostra lotta contro il destino avverso. C’è qualcosa che potrebbe ulteriormente scatenare il meccanismo autodistruttivo e si chiama invidia oppure competizione, oppure sottostima. Chiamatela come volete ma se ci pensate bene, di fronte al caso, una sola cosa ci può consentire di non precipitare e si chiama volgarmente “culo”. Ho un’impostazione fatalista ma non ci sono di certo nato. Non mi piace piangermi addosso anzi spesso ironizzo sul mio essere Fantozziano; di fronte però ad una concatenazione di eventi e al ripetuto tentativo di aggiustare la rotta senza soluzione, mi sia consentito di essere un uomo infelice. Però non lo accetto perché alla mia età, abbandonarsi al destino significa morire oppure (per velocizzare il percorso) uccidersi. Per questo sto provando in ogni modo ad accettare (solo pronunciare il verbo mi si accappona la pelle) la mia dimensione, cominciando ad allontanare le persone e provando così un sottile piacere nel sapere di non fare loro male. Inoltre, se riuscissi lentamente a staccarmi da me stesso farei tombola. Non so quanto ho da vivere ma in queste condizioni sarebbe insopportabile. Ho ancora molta forza di ragionamento e questo mi aiuta, nonostante il cervello sia sempre stato il mio peggior nemico. Amici infelici, non rassegnatevi mai, piuttosto fingete di combattere, anche sapendo che è già tutto scritto per voi.